(Fonte anonima)

Ci hanno sussurrato questa storia, di un grave fatto avvenuto tantissimi anni fa. Sembra infatti, che uno dei partecipanti ad una cena, con una scarsa tenuta alcolica, non sia riuscito a trattenere il racconto. Il ristretto numero dei convenuti alla serata, tutte persone per bene e affermati professionisti, hanno giurato e spergiurato che mai e poi mai avrebbero divulgato il segreto dell’Operazione “Hard-Boiled eggs”.

 “E mi signor“(“Oh mio Dio”) esclamò l’azdora dell’antica città del sale, nel momento in cui provò a rompere le uova per fare la sfoglia.

Prima uno, poi due, poi tre, tutte le sei uova della confezione non si rompevano. Un suono sordo rimbalzava dal tagliere di legno con al centro la fontanella bianca di farina, quando la donna provava a rompere le uova.

 “E ades cuma faghi se Delmo a mezdè un magna al tajadeli, umamaza ad boti” (“E adesso come faccio se Adelmo a mezzogiorno non mangia le tagliatelle, mi ammazza di botte”) pensò impanicata la signora Wilma.

Come tutte le mattine, ordinatamente e puntualmente si era recata al supermercato per fare la spesa. Aveva acquistato il necessario e anche le uova, quelle fresche di giornata, con il tuorlo grande e giallo, proprio quelle per fare la sfoglia nelle pratiche confezioni da sei.

 La signora Wilma e le altre signore della cittadina, produttrice di enneacielle dolce, non sapevano che il giorno prima era scattata l’operazione “Hard-boìled eggs“.

Un branco di scansafatiche e perditempo in un bar avevano pianificato l’operazione.

Ognuno di loro si era recato il giorno prima ad acquistare due confezioni da sei uova, per poi tornare a casa, metterle in acqua bollente, renderle sode e ricomporre la confezione. Al pomeriggio tardi e prestissimo la mattina successiva i disgraziati erano entrati di soppiatto al supermercato, facendo una spesina di copertura e avevano deposto le confezioni di uova sode nel ripiano del reparto.

Le altre confezioni di uova fresche erano state occultate con mezzi e trucchi vari o acquistate con alcuni articoli. Poi i perdigiorno, separatamente, si erano recati alle casse per pagare e uscire in modo disinvolto.

In quel giorno e nei successivi, venne impartito un duro colpo alle abitudini alimentari dei cittadini dell’amena cittadina balneare, che da veri romagnoli, come vuole la tradizione, esigevano che in tavola ogni giorno ci fosse un piatto di pasta fresca fatta in casa e tirata con il mattarello.

Per la legge del contrappasso alcuni  di questi senza vergogna, furono puniti e per un beffardo scherzo del destino alcune delle loro mamme scelsero le confezioni incriminate e durante il pranzo oltre a trattenere il riso ascoltavano il babbo lamentarsi: “di Zaira tal se, che a me i macaron cun e ragù in um pis, le mei al tajadeli” ( “Senti Zaira lo sai che a me i maccheroni con il ragù non mi piacciono, preferisco le tagliatelle”) “Piron, te tangnì cridarè, ma incù an ariveva a machè agli ovi.” (“Piron tu non ci crederai ma oggi non riuscivo a rompere le uova”).

Alcuni malcapitati andarono a reclamare al supermercato, sulla freschezza delle uova e dove saremmo mai finiti se avevano della roba così vecchia da vendere e che alla prossima assemblea non sarebbe passata liscia questa cosa, con i poveri addetti increduli che non riuscivano a comprendere quelle strane lamentele.

Il giorno dopo sulle tavole della cittadina con le antiche saline trionfavano ancora grandi sfoglie rotonde, gialle e sottilissime e sui taglieri di legno delle tagliatelle lunghe oltre un metro, concupite dal ragù, per la felicità di tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto