Come sapete e se non lo sapete ve lo dico adesso, io e i mei amici, ogni tanto a sorpresa organizziamo delle merende o delle cene a invito. Si può considerare una tipica “magneda” romagnola.
A tavola si mangia, si beve e si scherza, a volte si canta oppure a turno vengono raccontati dei fatti che sono successi o che sembra siano avvenuti.
Il tema delle feste è ricorrente nelle nostre storie. Durante le feste sono sempre accaduti episodi o colpi di scena che sono diventati memoria collettiva, ricordati e ingigantiti da un tasso alcolico che ci ha messo la miccia.
Quello che successe in quel caldo luglio dei primi anni settanta, lo ricordano in pochi e quelli che lo ricordano, lo ricordano molto bene e quelli che c’erano e fanno finta di non ricordarlo, è perché in fondo quel ricordo vogliono tenerselo stretto stretto.
Dopo un paio di bicchierini, a fine pasto, di vecchia Romagna Etichetta nera, il brandy che crea un’atmosfera, uno dei partecipanti alla nostra cena frugale si tolse la camicia e usci a petto nudo sul terrazzo, nella gelida sera e indicando le ampie vasche delle millenarie saline iniziò ad urlare: “La! La! Acervum.” Tutti pensarono al grande mucchio di sale bianco e uscirono fuori in terrazza. “La! Dove adesso c’è il ristorante, La! Dove c’era la Dama delle Salina, La! C’era Celest! “
“E ’vero.” disse un altro dei partecipanti alla merenda:” In mezzo alle Saline, nel prato della Rosa, dove c’era la Cervia Vecchia. Il podere si chiamava Celest, che forse poi era Alceste”, che in dialetto vuole dire azzurro, forse per tutta quelle vasche d’acqua e quel cielo che circondava il podere da tutte le parti. Poi sempre il nostro amico, quello a petto nudo, che aveva un gran caldo, anche se fuori era gran freddo, continuò: “Una festa in campagna: una roba in grande.” “C’eri anche tu?” Chiese un altro degli amici mentre degustava dei cioccolatini “Non mi ricordo chi c’era, anzi mi ricordo benissimo. Ma è un segreto. “, confessò, con il corpo che emanava vapore e che formava una nebbiolina che confondeva l’orizzonte dove si vedeva la lucina del ristorante e biascicando continuò a raccontare: “Una festa in estate in campagna era un luogo perfetto. Il casolare in pietra a vista, con il grande fienile, non abitato, di proprietà di due amici del gruppone. La casa era isolata e ci si arrivava da una unica stradina e bisognava tenere sulla sinistra l’antica chiesetta sconsacrata. Con la luna piena non ci voleva neanche la luce. La grande organizzazione si mise in moto, continuò a ricordare il nostro amico e rimediarono l’impianto stereo, l’amplificatore, le casse, le bottiglie di cocacola e fanta, qualche bottiglia di superalcolico ciuffata nelle dispense familiari e poi le pizzette, le patatine pai e i tramezzini come andava una volta e alcuni cocomeri ghiacciati per il granfinale.
Sfidando il gelo, quello che all’indomani avrebbe pagato sicuramente quell’incoscienza, ormai era in trance agonistica continuò a raccontare: “Il ritmo della disco music accolse le macchine, poche e i motorini, tanti nella grande aia. I calzoni lunghi dei ragazzi erano bianchi e le gonne delle ragazze erano corte e iniziarono i balli. Tutto perfetto. Troppo. Tutti erano felici, si divertivano e si volevano bene. La musica era bellissima e a gran voce tutti chiedevano i balli lenti.
Poi, improvvisamente, il deejay rimase solo nella grande aia illuminata dalla luna. Love in c minor del mitico Cerrone cadenzava il tempo di quella strana situazione. Molte coppie si erano allontanate dalla pista e si erano dirette verso il grande fienile per continuare l’opera iniziata sull’aia che era la pista improvvisata per il ballo.
I pochi invitati, deejay compreso, che non avevano mangiato il cocomero rimasero a fare cucù tra di loro. Vi ricordate il film amici miei? La voce narrante che un certo punto dice: “Cos’è il genio? Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Un membro non identificato del gruppo organizzatore aveva praticato dei tasselli nei cocomeri ghiacciati e aveva dato loro da bere della vodka. I cocomeri sembravano gradire molto questo liquore, tant’è che lo assorbivano senza fare una piega. L’assenza del sapore della wojka, come più propriamente pare fosse chiamata dalla nonna del barista di quel tempo, non interferì con il gusto dell’anguria e le fette preparate vennero divorate avidamente.
Una vera e propria bumba, per chi come tanti di allora non erano abituati a bere, soprattutto per le rappresentanti del gentil sesso, che subirono maggiormente l’effetto dionisiaco che produsse su di loro quella polpa rossa a quaranta gradi.
Io, che ho ascoltato la storia e che non c’ero, per darmi un tono e fare il grosso e chiuderla alla Hemingway dico che fu festa mobile da Celest e che non era” la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici”, ma a me questa storia sembra proprio che fosse quella roba lì. “Dai valà imbezel , venite dentro” disse un altro dei miei amici “che ci facciamo due spaghettini di mezzanotte.”

