Chissà cosa avrebbero fatto quelle povere mamme se avessero saputo che i loro figli, nottetempo, per rompere la monotonia dell’inverno, della nebbia e nell’attesa dell’Estate facevano dei veri e propri blitz alla volta di Ca’Vendremin, sede invernale del famoso Casino di Venezia. Si sapeva che nella città del sale, terra di saltimbanchi del turismo, l’invenzione del vivere alla giornata era una cosa nota e quelle spedizioni incominciarono nei primi anni sessanta e quel testimone passò alla generazione successiva.
Nelle prime ore del pomeriggio, al bar, aleggiavano le prime tentazioni: “Stasera. Venezia. Casino’.”.
Non mi dilungo sulle tante ore, che quel gruppo di amici, dediti al gioco delle carte, del mahjong e dei cavalli hanno passato a studiare e analizzare i diversi sistemi di gioco alla roulette utilizzando il calcolo combinatorio.
Diciamo che con partenza alle diciannove dalla città del sale, l’arrivo previsto a Venezia, piazzale Roma, era verso le ventuno e trenta, per poi con il vaporetto raggiungere la fermata San Marcuola/Casino. Registrazione entrata e Inizio dei giochi ore ventidueetrenta. Fine dei giochi ore ventitrè. Traghetto e ritorno alla base intorno alle ore zerotre.
Per potere accedere alle sale da gioco, la divisa d’ordinanza o il dress code come si direbbe adesso, era necessario indossare rigorosamente la giacca e la cravatta.
Per la cravatta non vi erano problemi, ma per la giacca era più complesso, quella famosa sera si aggregò all’ultimo secondo, Erre Emme detto Bob che causa un cambio armadi, non poté altro che recuperare la giacca della Cresima. Lui, già ai tempi del sacramento, abbastanza sviluppato in altezza, seppur un poco stretta di spalle e non abbottonata, quella giacca poteva tutto sommato svolgere la condizione necessaria e sufficiente per l’ammissione alle sale da gioco. Una nota a parte circa il tessuto: un Brown Flecks Donegal Tweed, lavorato grosso che si prestava più per un tea pomeridiano che per una esclusiva serata di gioco. Riconosciuti alla registrazione, dopo il cambio del dinero contante in gettoni da gioco, il gruppo in ordine sparso si avventò indemoniato sui tavoli verdi.
“Fait vous jeux” annunciò il croupier, il nostro amico Bob, in piedi, al tavolo da gioco della roulette, lato rosso, impair e manque, si sporse sul tappeto verde piegandosi e allungò il braccio destro per puntare la fiche su un cheval: numeri due e cinque. Un crackkkk violento come uno sparo, aleggiò nella sala e per un attimo calò il silenzio. Una vistosa cicatrice si era aperta lungo tutta schiena di Bob. La giacca slabbrata mostrava la fodera bianca con i punti di filo saltati. Il capo croupier, dall’alto della sua postazione allargò le braccia e fulminandolo con lo sguardo disse: “Monsieur, s’il vous plait…” che in dialetto romagnolo si potrebbe tradurre con: “Dai valà, tud de caz….” ma in un attimo, il demone del gioco ebbe la meglio su tutto e tutti e continuarono copiose le puntate. Rien va plus.
Gianluca Bagnara


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