Come al solito nelle prime ore del pomeriggio al bar girò l’invito: Venezia. Casino, mi raccontano senza fare nomi e cognomi durante un finale di una cena molto importante, sottovoce, che poi hanno sentito tutti.
Il quarto partecipante al ristretto team di ricerca venne avvisato telefonicamente, a Bologna, dove in quelle ore si cimentava con dei nuovi calcoli per testare un nuovo sistema di gioco, come del resto avevano fatto anche gli altri in quei mesi invernali.
Ingiaccati e incravattati fecero un veloce randez-vous in zona fiera, dove abitava il quarto uomo e poi via più veloci della luce verso la laguna.
Dopo molte discussioni e infiniti ragionamenti questa volta si sarebbe fatta una cassa comune, nominato un tesoriere al quale venivano consegnati da ogni componente della squadra un importo prestabilito, che avrebbe poi suddiviso, consegnando ai partecipanti all’affare gli importi da puntare sui diversi tavoli della roulette, per poi ritrovarsi ad un orario prestabilito e fare bilancio della situazione e decidere sul da farsi.
Il caso volle che queste ultime modalità vennero decise in macchina e ad un certo punto del viaggio di andata trovato l’accordo, il guidatore volle suggellare con un caffettino questa condivisione e si fermò nel primo autogrill che incontrò sull’autostrada. Bevuto il caffè, al bancone, per una sorta di ribellione e di spacconaggine girò la proposta di una cena all’incontrario nel selfservice dell’autostazione. E cosi avvenne. Il caffè l’avevano bevuto, rimanevano una fetta di torta, una cotoletta con patate, i rigatoni all’arrabbiata e un antipasto misto di affettati. Naturalmente pane, acqua, vino e grappa. Consumato il tutto, ecco pronti per l’avventura. Poi, ci fu chi non era ancora soddisfatto e comprò un toblerone da un metro, una tavoletta di cioccolato sessanta per centoventi centimetri, quelle da autostrada per intenderci, qualche liquerizia per digerire e un secchiello di monete d’oro di cioccolato come simbolo di buon augurio per la nottata.
Arrivarono al parcheggio. Traghetto, entrata al Casino, consegna della quota contanti al tesoriere, cambio dei contanti con le fiches, distribuzione di queste e dei compiti e poi via, ognuno al proprio tavolo di lavoro.
Erano le ventitré, il ritrovo era per le ventiquattro nello stesso punto. Sarà stata la tecnica del gioco, la fortuna, il destino, o qualche altro fattore, sta di fatto che quella notte tutti tornarono al punto stabilito con delle somme importanti. Il gruppo dopo alcuni veloci conteggi, si spaccò tra chi voleva andare via subito in bellezza e chi ascoltando le sirene del vizio voleva ritornare a giocare. Dopo alcuni tira e molla, due componenti del dreamteam decisero che avrebbero puntato la loro intera vincita sul dispari in un colpo solo. Gli altri due, per trovare una resa onorevole davanti all’incoscienza, consegnarono la loro metà della vincita al tesoriere che ormai in preda al demone voleva tornare nel salone dei giochi e come un’automa si diresse verso il primo tavolo da gioco che incontrò e consegnando le placche colorate al croupier dichiarò la giocata: “Dispari!”
Il lungo viaggio della pallina bianca, sul lucido legno sembrava non dover finire mai, dopo qualche rimbalzo fini la corsa sul due, che era pari, noir e manque. Silenzio. Tornarono sulla via di casa. Durante il viaggio di ritorno il silenzio nell’abitacolo dell’auto era accompagnato da una masticazione nervosa e continua che arrivava dal sedile posteriore. Venne distribuito qualche triangolino del toblerone ai passeggeri. Della tavoletta di cioccolata sessanta per centoventi centimetri si scopri solo il giorno dopo che la confezione di cartone, rimasta nell’automobile, era vuota e anche nel secchiello si potevano contare solo pochi dobloni d’oro.
Riconsegnarono in zona fiera a Bologna, uno dei quattro. All’arrivo saluti, davanti al grande condominio, in quegli anni zona di frontiera con campi e giardini incolti, sede del colorato e trasgressivo mercato delle carni. Emerse dal sedile posteriore, bianco cadaverico, un altro della cricca che aveva giocato pesante che chiese di potersi appartare un attimo, perché non si sentiva molto bene.
Non riuscendo a raggiungere la siepe del giardino condominiale per nascondersi, assunse la posizione del lottatore di sumo e iniziò a ragliare alla luna. Gli urli liberatori svegliarono l’abitato. Si alzarono le tapparelle, si accesero le luci e sbucarono delle teste. Alcune macchine nascoste negli anfratti verdi di un giardinetto poco lontano partirono a tutto gas. Ci furono numerose segnalazioni del fatto ai vigili e ai carabinieri e sembra che dopo due giorni venne riportata la notizia, anche sulla stampa locale, di urla inumane nella notte che facevano pensare ad un regolamento di conti tra bande rivali finito male. Messieurs, faites vos jeux.

